.
 .
 .
 .
 .
 .
 .
.
  →   venerdì, gennaio 23
  
Un 'emozione di birbastella, nata alle 21:08, e che durerà per sempre...

Senza trovare un fottuto perchè

Prima o poi, qualcuno ce la farà. Un bel foglio bianco. Una schermata vitrea. Un pezzo, un corsivo, un editoriale, un fondo, perché più in fondo di così non si può neanche scavando, però bianco, vitreo, vuoto. O rosa, se si tratta della carta della "Gazzetta dello Sport". Perché non ci sono parole, discorsi, frasi di circostanza e necrologi, non ci sono prediche, promesse e racconti, non c'è inchiostro né piombo né edizioni teletrasmesse e poli di stampa che possano spiegare il mistero della morte, che poi sarebbe anche il mistero della vita: in particolare la morte, che poi sarebbe la vita, di Gianluca Signorini. Ma quando si scrive e poi si leggerà questo pezzo in memoria di Gianluca Signorini, non rimangono che parole. Semplici, nude e crude, più o meno intonate o indovinate, oppure banali, trite e ritrite: parole. E le parole entrano ed escono, volano, soprattutto volano via. Ed è difficile, quasi improponibile spiegare quello che resta di un uomo, Signorini, con mezzi così inadeguati, inappropriati, inopportuni, come le parole. Bisognerebbe fare come ha fatto Andrea, il terzo dei quattro figli di Gianluca e Antonella, 12 anni: ieri ha chiesto di guardare in una videocassetta una partita del papà, perché da tre anni lo vedeva imprigionato su una sedia a rotelle; e ha chiesto di sentire un'intervista per ascoltare la sua voce, perché da tre anni Gianluca gli parlava solo con gli occhi. Due passi indietro, e sembra quasi un secolo fa. Innanzitutto una brillante carriera, formidabile se si considera che ha giocato in serie A, B e C, che è stato un capitano, che ha conquistato un quarto posto in campionato e una semifinale in coppa Uefa, però una carriera addirittura normale se la giudichiamo con quel delirio di onnipotenza in cui le nostre vite sbandano fra realtà e finzione, fra segreti e trucchi, fra circoli viziosi e virtuali senza mai sfiorare quelli virtuosi. Parole. Poi una bella famiglia: Gianluca aveva conosciuto Antonella nei corridoi dell'istituto geometri, lui aveva 18 anni, lei 16, lui faceva il calciatore, lei no, dopo tre anni lui le ha chiesto di sposarlo, lei ha risposto sì. E da lì quattro figli: Alessio, che ha 20 anni, Benedetta, 19, Andrea, 12, e Giulia, 3. Come dire che, fra gravidanze e allattamenti, Antonella ha trascorso un terzo del suo matrimonio sballottata in tempeste ormonali e Gianluca, complice, l'ha trascorso svegliandosi ai quei mille misteriosi pianti notturni infantili che vengono un po' sbrigativamente liquidati come «mal di pancia». Parole. Sapendo che il giorno dopo lui avrebbe giocato contro il Milan o la Juventus. Adesso un passo avanti rispetto ai due indietro e comunque sembra anche questo un secolo fa. E invece era soltanto tre anni fa. Tre anni eterni. Un braccio che non risponde, una gamba che fa finta di niente, una mano che ti verrebbe voglia di ammonirla per simulazione. E invece no. E' una malattia che non va mai in fuorigioco, che fa pressing a tutto campo, soffocante, opprimente. E' una malattia contro cui non potrebbe farci nulla né la dolce umanità di Bagnoli né la vulcanica aggressività di Scoglio. E' una malattia contro cui Signorini ha lottato come ha sempre fatto sul campo: spazzando, liberando, rilanciando, incitando, contagiando - parole, gerundi - con la sua sicurezza e la sua calma e la sua forza i compagni, in questo caso Antonella e i ragazzi. Una partita quasi infinita. La partita della vita. Il novantesimo minuto è scoccato martedì notte. Puntuale, come Dio comanda. Maledettamente in ritardo, supplementari di supplementari, perché quella non poteva più essere chiamata vita, perché Gianluca era già morto, perché aveva già celebrato il suo funerale il 24 maggio 2001, a Marassi, assistendo a una partita dove c'erano i suoi compagni, i suoi allenatori, i suoi amici, la sua gente, il suo popolo e c'erano anche la moglie e i figli. Un funerale, il suo funerale, cui ha partecipato con tutto se stesso: cioè i suoi occhi, che ringraziavano, piangevano, urlavano, correvano. Parole, anche se non lo erano già più. Signorini in carrozzina sotto la gradinata Nord è una di quelle immagini cui è umanamente impossibile resistere. Non c'è fiume di lacrime che tenga né strizzamento per il cuore né centrifuga per i sentimenti. Chi quella sera era appollaiato lì, sconvolto dai ricordi, magari con una maglia rossoblù, ricorderà per sempre, nei secoli dei secoli, con tanto di amen. Adesso non rimane che spiegare, sempre con queste inadeguate parole, perché mai c'è tanta commozione per Signorini, come se lui fosse nostro fratello o padre o amico. Perché era l'ultimo dei giocatori «quelli di una volta», un eroe romantico, un tronco cui aggrapparti quando eri solo nell'oceano e non ti veniva in mente neanche il nome di un santo da invocare, un dannato privilegio che sembra investire solo i numeri 6, da Picchi a Scirea. E per i genoani, strana gente, Signorini era ancora di più, molto di più. Era la drammatica incarnazione della sofferenza. La Sofferenza. Quella che rende ogni partita del Genoa come il doveroso appuntamento settimanale per donare - non si sa bene a chi - mezzo litro di sangue, un paio di cornee e un rene. Quella che trasforma ogni sconfitta del Genoa in un dramma personale. E quella che, nonostante tutto, anzi, in nome di tutto, ti spinge a indossare la maglia del Genoa - Gianluca con la sua casacca numero sei - nella bara. Rimane il mistero. Della morte, cioè della vita, di Gianluca Signorini e anche nostra. Ma è bello sapere che un pallone rotondo, ma volendo anche ovale, di cuoio, di plastica o di stracci, ci abbia costretto, anche attraverso un supremo sacrificio, a pensare a tutto questo. Senza trovare un fottuto perché. Ma questo è solo uno stupido dettaglio. Perché tanto, il perché, non lo sapremo mai. Almeno a parole.

Marco Pastonesi

(nn sono genoana,ma Signorini merita di essere ricordato)






commenti (1) 
   

  →   martedì, gennaio 20
  
Un 'emozione di birbastella, nata alle 17:33, e che durerà per sempre...

Non mi importa che tu creda o meno in Dio ... ma credi sempre in qualcosa.
commenti  
   

  →   giovedì, gennaio 15
  
Un 'emozione di birbastella, nata alle 21:27, e che durerà per sempre...

Troverai

Il momento,

Vero e giusto, per parlarmi; anche se

Ogni volta rimandi, verrà il

Giorno in cui

Libererai te stesso,

Ignorando che tvb, e dirai di

Odiarmi.

Basterà quella parola per

Eliminarmi dalla tua vita.

Non piangerò e non chiederò aiuto.

Ed ora, aspettando quel giorno, continuerò a volerti bene.

Vale la pena, in un mondo che muore per una goccia d'amore, amare così!!!

commenti  
   

  →   martedì, gennaio 13
  
Un 'emozione di birbastella, nata alle 20:06, e che durerà per sempre...

Le emozioni sono tante,sono belle...qui sempre di gioia e al massimo velate di tristezza;ogi xò,c'è spazio per la rabbia:

Preziosi vaffanculo x aver promesso e non mantenuto,x averci fatto retrocedere,x esserti lamentato degli arbitri dopo aver cacciato i nostri giocatori migliori,x aver mandato in campo in a una squadra da bassa serie b,x aver esonerato dominissini,x averci insultato dopo como-udinese,x aver detto che como è una città di merda,x credere che noi non ti meritiamo (quando tu non ti meriti noi...e a pensarci bene non meriti nemmeno i genoani,nè nessun altro),x averci fatto odiare da mezza italia (che poi ha capito che noi con te non c'entravamo un cazzo),e x aver rovinato il calcio!!!Rendo l'idea?!?!

 

commenti (1) 
   

 
powered by Birbastella